sabato 3 dicembre 2011

IL BUSINESS DELLE ARMI....ITALIANE !!!

Questa è la lista, aggiornata all'8 Marzo 2002, di chi costruisce armi in Italia;
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ITALIA...grande ESPORTATRICE di MORTE:

L’Italia nel 2009 è stata, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di “armi da fuoco” (firearms) di tipo non militare: con quasi 250 milioni di dollari di esportazioni ha preceduto Brasile (186 milioni), Germania (127 milioni) e Stati Uniti (114 milioni).
Lo si evince dall’analisi dei dati forniti dal registro dell’Onu sul commercio internazionale (UN Comtrade). Il principale destinatario delle esportazioni italiane sono stati gli Stati Uniti (oltre 104 milioni di dollari), seguiti da Francia (oltre 23 milioni) e Federazione Russa (20 milioni). Vengono quindi Regno Unito, Germania, Spagna e Grecia e poi si trova la prima sorpresa: la Libia, con oltre 6 milioni di dollari e 3.706 armi. Al quattordicesimo e quindicesimo posto compaiono altri due paesi mediorientali: la Giordania (oltre 2 milioni di dollari) e l’Egitto, per 2 milioni di dollari più, secondo l’Istat, 6 milioni di euro di “armi e munizioni”. L’annunciata riforma della legge 185/90 prevede di escludere la regolamentazione dell’esportazione di queste armi. Rinunciare in partenza a migliorare la normativa sulle esportazioni di armi “non ad uso militare” fa sorgere il dubbio che la riforma della legge, più che un necessario aggiornamento legislativo alla luce delle “mutate esigenze della difesa e della sicurezza” internazionale, intenda essere una malcelata risposta alle pressioni delle lobby armiere nazionali.



Le Banche Italiane e le Armi:

BNL e gruppo BNP Paribas
La Banca Nazionale del Lavoro (BNL) fu trasformata nel 1992 in società per azioni e nel
febbraio del 2006 è stata incorporata nel gruppo bancario francese BNP Paribas: il gruppo dispone
di una delle più ampie reti bancarie internazionali con una presenza in oltre 85 paesi del mondo. Le operazioni autorizzate alla BNL per l’esportazione di armamenti italiani nel periodo dal 2000 al 2009 ammontano a oltre 2 miliardi di euro, pari al 12,9% del totale, che fanno della BNL la banca che ha assunto la quota maggiore di operazioni nel settore nell’ultimo decennio.
Anche il BNP Paribas mostra un’operatività nel settore in costante e forte crescita: dai 306mila euro del 2002 si passa agli oltre 804 milioni del 2009 autorizzati, specifica la Relazione ministeriale, a “BNP Paribas Succursale Italia”.  La BNL dal 2003 ha reso pubblica “la decisione di ridurre progressivamente il proprio coinvolgimento nelle attività finanziarie legate al commercio di armamenti” impegnandosi a “limitare le proprie attività relative alle operazioni di esportazione e importazione di materiale d’armamento unicamente a quelle verso Paesi UE e NATO nell’ambito delle rispettive politiche di difesa e sicurezza”. Tale promessa non appare però rispettata, soprattutto a seguito dell’assunzione nel 2008 dell’ordinativo della Turchia all’Agusta per l’acquisto di 53 elicotteri A129 International (tipo Mangusta) del valore di oltre 1 miliardo di euro: una commessa che ha sollevato forti critiche da parte delle associazioni della società civile anche per il protrarsi di un conflitto di “bassa intensità” nel Kurdistan iracheno. Appaiono inoltre consistenti le operazioni riguardanti paesi non appartenenti all’UE e alla NATO soprattutto di BNP Paribas. Per una piena trasparenza del proprio operato, la BNL dovrebbe rendere pubbliche almeno le informazioni fino qualche anno fa accessibili attraverso la Relazione ministeriale e, cioè, il valore di ogni singola autorizzazione e il paese contraente. Solo in questo modo, renderebbe possibile un effettivo riscontro delle affermazioni sostenute nel proprio “Codice Etico”. Tale richiesta andrebbe estesa all’intero gruppo BNP Paribas o, per lo meno, alla Succursale italiana del gruppo. In definitiva, a fronte di una pur apprezzabile dichiarazione di autolimitazione delle operazioni nel settore, la mancanza di trasparenza e la non esplicitazione delle politiche intraprese in Italia dall’intero gruppo bancario in merito alle operazioni per l’esportazione di armamenti rendono oggi il gruppo BNP Paribas uno dei più esposti a sostenere il commercio internazionale di armamenti.


UniCredit Group
UniCredit Group è il risultato dalla fusione dei gruppi Credito Italiano e Unicredito e delle successive aggregazioni con il gruppo tedesco HVB e, nel 2007, con Capitalia (Banca di Roma,
Banco di Sicilia e Bipop Carire). Nel 2006 Banca di Roma affermava che dal 2004 aveva
emanato una direttiva interna che limitava l'operazioni di esportazioni ai sistemi d’armamento
“non offensivi” e restringeva i paesi destinatari “all’area dell’Unione Europea, agli 11 paesi Ocse extra Ue e a due altri paesi NATO”. Nel “Bilancio Sociale Ambientale 2001” Unicredito Italiano aveva annunciato il proprio “disimpegno” dal settore degli armamenti e nello stesso anno la banca estendeva anche alle consociate estere l’impegno a “eliminare nel corso del tempo l’attività creditizia nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente coinvolti nel commercio delle armi”. Nel “Bilancio di Sostenibilità 2007” UniCredit Group, annunciava invece una nuova “Politica di finanziamento del settore difesa” nella quale affermava il rifiuto di intrattenere rapporti con aziende produttrici o utilizzatrici di armi controverse bandite dai trattati internazionali e l’impegno a valutare i destinatari finali in base a garanzie credibili sull’utilizzo degli armamenti “per fini di difesa o motivi di sicurezza”. Nei successivi bilanci sociali UniCredit afferma di aver avviato “una fase di revisione e rafforzamento” delle proprie politiche in tema di difesa e armamenti e nel 2009 che il “Comitato rischi del Gruppo ha formalmente approvato la policy modificata in tema di energia nucleare e quella relativa all’industria della Difesa/Armamenti, distribuendole alle società del Gruppo per l’adozione formale”. “Provvederemo – aggiunge la nota – a comunicare i contenuti principali di tali politiche, pubblicandole sul nostro sito web nel corso del 2010”: al novembre
scorso, però, tale policy non è stata resa nota. In sintesi, UniCredit ha modificato nel corso degli anni la propria policy iniziale reintroducendo la possibilità di finanziare determinati settori dell’industria militare e non escludendo la fornitura di servizi bancari alle esportazioni di armamenti. Pur a fronte di un evidente e apprezzabile intento di autolimitare la propria operatività nel settore dell’industria militare, resta comunque il fatto che UniCredit Group per rendere attendibili le proprie recenti dichiarazioni deve pubblicare la nuova policy e un rigoroso
e dettagliato reporting delle proprie operazioni nel settore.


Il gruppo Intesa Sanpaolo
Nato dalla fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo IMI, il gruppo Intesa Sanpaolo è attivo dal 2 gennaio 2007. Al gruppo appartengono oggi una ventina di banche storiche italiane, alcune delle quali acquisite dopo la fusione come nel caso della Cassa di Risparmio della Spezia (Carispe),
incorporata nel luglio del 2007. Nel marzo del 2004, Banca Intesa annunciava la decisione di “sospendere la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano l’esportazione, l’importazione e transito di armi e di sistemi di arma, pur consentite dalla legge 185/90”. SanPaolo IMI nel settembre del 2002 rendeva operativo un “codice interno di autodisciplina”
inteso a limitare le attività “solo ad operazioni rivolte a finalità di difesa e di tutela della sicurezza” e, per quanto riguarda il finanziamento di forniture di materiale militare prodotto da imprese estere alle sole operazioni “destinate a Paesi appartenenti all’Unione Europea e/o alla Nato e comunque destinate, per loro natura, unicamente a finalità di sicurezza”. Tale direttiva veniva sostanzialmente mantenuta anche negli anni successivi fino alla fusione con Banca Intesa e portava la banca a veder crescere il volume delle proprie operazioni, soprattutto quelle relative ai paesi dell’Unione Europea
e della Nato. Nel luglio 2007 il gruppo Intesa Sanpaolo esplicitava la nuova “Policy settore armamenti” che assumeva sostanzialmente le linee già definite da Banca Intesa.
“Tale posizione – spiega il testo – è tesa ad aderire completamente allo spirito dei principi della Costituzione Italiana, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, e a “dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche”. Nel “Bilancio Sociale” degli ultimi anni la banca riporta alcune chiare tabelle dei valori degli importi autorizzatialle due principali banche del gruppo.
Il “Bilancio Sociale 2008” oltre a informare sugli importi autorizzati al Gruppo per operazioni relative all’esportazione di armamenti – specificando anche i valori relativi alla Carispe verso la quale la policy non era ancora pienamente entrata in vigore – riporta anche quelli relativi ai “Programmi intergovernativi” per il quinquennio 2004-2008. In definitiva, il gruppo Intesa
Sanpaolo con la propria policy – decisa e resa nota con tempestività – ha assunto una decisione di sicura rilevanza etico-sociale, ambiziosa e impegnativa, sulla quale deve mantenere un vigile monitoraggio e informare sulle singole operazioni autorizzate in via d’eccezione
o ancora in corso da parte di tutte le banche del gruppo in Italia e all’estero.


UBI Banca
Il Gruppo cooperativo UBI Banca (Unione di Banche Italiane) è nato il 1 aprile 2007 dalla fusione
di BPU (Banche Popolari Unite) e Banca Lombarda e Piemontese. La nascita del nuovo gruppo portava UBI Banca nel dicembre del 2007 a definire una nuova “Politica del settore Armamenti” che veniva stabilita “in considerazione delle diverse posizioni dei due Gruppi di origine”: mentre il gruppo BPU aveva infatti sostenuto una politica di disimpegno dal commercio delle armi, Banca Lombarda non aveva mai dichiarato alcuna restrizione in materia. Tale politica è stata presentata inizialmente in un documento titolato “Linee Guida” che ha esplicitato un duplice orientamento: “da una parte contribuire al mantenimento di forze militari in grado di assicurare la pace e la sicurezza
dei Paesi democratici, dall’altra assicurarsi di non contribuire all’attività di regimi che violano o comunque non dimostrano adeguato rispetto per i fondamentali diritti umani”. Nel luglio del 2009 Ubi Banca emanava quindi la “Policy gestione operazioni con controparti attive nei settori delle armi e dei materiali di armamento”. Il documento afferma che “non vi è una preclusione assoluta alla fornitura di servizi finanziari nei confronti di imprese che operano nei settori dei materiali di armamento”, ma limita l’operatività delle banche del gruppo “alle sole imprese clienti che siano residenti in paesi appartenenti all’Unione Europea, alla Nato o all’Ocse” e a specifiche “tipologie di armi e materiali di armamento”. La direttiva intende evitare in ogni caso il coinvolgimento in operazioni dirette verso Paesi che “siano soggetti a sanzioni internazionali di embargo; siano parti
attive in conflitti armati in qualità di aggressori; attuino o tollerino sistematiche o gravi violazioni dei diritti umani; presentino un basso indice di sviluppo umano e livelli di spesa militare e sociale incompatibili con una prospettiva di sviluppo sostenibile”. La policy inoltre prevedeuna serie di impegni nella trasparenza da attuarsi fornendo al pubblico informazioni attraverso il sito internet e il bilancio sociale del Gruppo. Proprio la non “preclusione assoluta” alla fornitura di servizi alle imprese che operano nel settore dei materiali di armamento e l’accentuato impegno a “contemperare le esigenze di assicurare il necessario supporto alle economie locali dei nostri territori” ha portato alcune banche del Gruppo ad una rilevante e, per taluni istituti, nuova operatività nel settore del commercio degli armamenti. Come si nota chiaramente dalla Tabella 1, l’ammontare delle operazioni assunte dalle banche del gruppo nell’ultimo biennio – cioè, sostanzialmente sulla base della nuova policy del Gruppo – supera i 1,4 miliardi di euro che fanno oggi di UBI Banca l’istituto di credito italiano maggiormente attivo nel commercio di armamenti. Il Gruppo UBI Banca si è distinto per la pronta attenzione al tema, per la tempestiva elaborazione della policy – avvenuta anche recependo molte indicazioni delle associazioni della società civile – e soprattutto per l’applicazione delle direttiva anche ai sistemi d’arma non regolamentati dalla legge
185/90 (le cosiddette “armi leggere”). Resta però da valutare il recente chiaro incremento delle operazioni nel settore che appare poco congruente – se non contrastante – rispetto alla tradizionale presenza delle banche del gruppo nel settore delle piccole e medie imprese e al carattere “essenzialmente domestico” del gruppo stesso.


Il gruppo Montepaschi
La Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS) ha acquisito alcune banche storiche italiane tra cui, nelmaggio 2008, la Banca Antoniana Popolare Veneta (Banca Antonveneta). Come si può notare dalla Tabella 1. è soprattutto a seguito dell’acquisizione di Antonveneta che il gruppo Montepaschi figura nell’elenco delle operazioni relative all’esportazione di armamenti italiani: dei poco più di 241 milioni di euro di autorizzazioni nel decennio tra il 2000 e il 2009, quasi 224 milioni (il 93%) risalgono infatti all’operatività di Antonveneta. Già a partire dall’agosto del 2000, infatti, la Direzione Centrale di Montepaschi ha emanato alle filiali “precise istruzioni tendenti a evitare, una volta esauriti i flussi di operazioni già perfezionate in precedenza ed aventi durata pluriennale, operazioni riconducibili alla produzione ed al commercio di armi ai sensi della legge 185/1990”.

Tale decisione è stata motivata dalla banca sulla base della propria “Carta dei valori” e successivamente riconfermata nel “Codice Etico” del gruppo. La direttiva è stata estesa nel 2009 anche all’acquisita Banca Antonveneta che ha assunto operazioni per meno di 9 milioni di euro, in netto calo rispetto agli anni precedenti. Il gruppo Montepaschi si caratterizza quindi per una positiva attenzione alla problematica del commercio di armi che, negli ultimi dieci anni, si è sostanziata nella tempestiva definizione di una policy innovativa e rigorosa, nella sua diligente applicazione e nella trasparente comunicazione al pubblico risultando in un prezioso esempio di coerenza tra impegni dichiarati e prassi realizzata.

Banca Popolare di Milano
La Banca Popolare di Milano (BPM) ha fatto per la prima volta la sua comparsa nella Relazione governativa per operazioni autorizzate nel 2004 relative alle esportazioni di armamenti italiani, per un valore di oltre 53 milioni di euro. Il fatto ha suscitato una forte presa di posizione di Banca Etica con la quale Bpm ha rapporti di collaborazione partecipando al fondo Etica Sgr. A seguito di diversi incontri tra rappresentati di Banca Etica e di Bpm, alcuni dei quali con la partecipazione di rappresentanti di associazioni e ong clienti di Bpm, il 6 febbraio 2007, il presidente della Banca Popolare di Milano, Roberto Mazzotta, in una lettera indirizzata al president della Banca Etica, Fabio Salviato confermava la precisa intenzione di proseguire nell’uscita dalle attività riguardanti l’appoggio alle aziende del settore armiero e di voler portare a conclusione anche le specifiche attività di “appoggio alle operazioni di pagamento” alle ditte da parte dei paesi acquirenti di sistemi di armamenti italiani, condividendo così “pienamente il principio etico dello sviluppo fondato sulla pace e sulla solidarietà tra i popoli”. Una decisione che Banca Popolare di Milano sostanzialmente onorava negli anni successivi portando comunque a compimento le operazioni pregresse.

Mi sono permesso di fare un collage, con le parti che ho ritenuto più opportune, dell'articolo DossierMO2011gennaio.pdf che ho trovato QUI (solo il testo in corsivo fa parte dell'articolo in questione).
Se siete interessati a leggere il documento di legge riguardante la regolamentazione del "traffico" di armamenti, eccolo qua: legge185_90.pdf
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