martedì 21 gennaio 2014

Sulla Morte - La prima ed ultima Libertà - Jiddù Krishnamurti

Domanda: Che relazione ha la morte con la vita?

Krishnamurti: Vi è separazione tra vita e morte? Perché riteniamo la morte qualcosa di diverso dalla vita? Perché temiamo la morte? E tale separazione è reale, o puramente arbitraria, o è una cosa della mente?
Quando parliamo di vita, intendiamo il vivere come un processo di continuità nel quale vi è identificazione. Io e le mie passate esperienze: questo intendiamo per vita, non è così? La vita è un processo di continuità nella memoria, sia conscio che inconscio, con i suoi vari sforzi, dispute, incidenti, esperienze e così via. Tutto ciò è quel che chiamiamo vita; in opposizione, vi è la morte, che vi pone fine. Avendo creato l'opposto, cioè la morte e temendola, procediamo a considerare la relazione tra vita e morte; se possiamo gettare un ponte sull'abisso mediante un qualche spiegazione, mediante la fede nella continuità, nell'al di là, siamo soddisfatti. Crediamo nella reincarnazione o in qualche altra forma di continuità del pensiero, e allora cerchiamo di stabilire una relazione tra il noto e l'ignoto. Cerchiamo di gettare un ponte tra il noto e l'ignoto e con ciò di trovare la relazione tra passato e futuro. E' questo ciò che facciamo, non è così? Quando investighiamo se vi siano relazioni tra vita e morte. Intendiamo sapere come superare l'abisso tra la vita e la fine: è questo il nostro desiderio fondamentale.
Ora, la fine, cioè la morte, può conoscersi mente si vive? Se possiamo conoscere che cosa sia la morte mentre viviamo, allora non avremo problema. E' perche non possiamo sperimentare l'ignoto mentre ancora viviamo, che la temiamo. Il nostro sforzo è di stabilire una relazione tra noi stessi, cioè il risultato del noto, e quello dell'ignoto che chiamiamo morte. Può esservi relazione tra il passato e qualche cosa, che la mente non può concepire, e che chiamiamo morte? Perché separiamo le due cose? Non è forse perché la nostra mente può funzionare soltanto nell'ambito del noto, nell'ambito del continuo? Conosciamo noi stessi soltanto come pensatori, come agenti, con certe memorie di miseria, piacere, amore, affezione, vari tipi di esperienza; conosciamo noi stessi soltanto come qualcosa che continua: altrimenti non avremmo memoria di noi stessi come di qualche cosa. Ora, quando questo qualcosa giunge a termine, il che chiamiamo morte, si ha paura dell'ignoto; e così vogliamo tratteggiare i lineamenti dell'ignoto nel noto, e tutto il nostro sforzo è di conferire all'ignoto continuità. Vale a dire, non vogliamo conoscere la vita, che include la morte, ma vogliamo conoscere il modo di continuare per non finire. Non vogliamo conoscere la vita e la morte, vogliamo solo sapere come continuare senza finire.
Ciò che continua non si rinnova. Non può esservi nulla di nuovo, nulla di creativo in ciò che continua: il che è piuttosto ovvio. Soltanto quando la continuità ha termine, vi è la possibilità di qualche cosa che sia sempre nuovo. Ma è appunto questo termine che temiamo, e non vediamo che soltanto nel finire può esservi rinnovamento, creatività, l'ignoto: e non nel trascinare di giorno in giorno le nostre esperienze, memorie e sventure. Soltanto se ogni giorno moriamo rispetto a tutto ciò che è antico potrà esistere il nuovo. Il nuovo non può esistere dov'è continuità: perché il nuovo è creazione, è l'ignoto, l'eterno, dio, o ciò che volete. La persona, l'entità continua, che cerchi l'ignoto, il reale, l'eterno, non lo troverà mai: perché potrà trovare soltanto ciò che proietta fuori di se stesso, e ciò che proietta non è la realtà. Soltanto nel timore, nel morire, potrà conoscersi il nuovo; e chi cerchi di trovare una relazione tra vita e morte, e cerchi di superare l'abisso tra la propria continuità e ciò che egli ritiene esista al di là, vive in un mondo fittizio, irreale, in una proiezione di se stesso.

Ora è possibile, vivendo, morire - il che significa giungere a termine, essere come nulla? E' possibile, pur vivendo in questo mondo, ove tutto si accresce sempre più o diminuisce sempre più, ove tutto è un processo per arrampicarsi, ottenere, aver successo, è possibile in un mondo così fatto conoscere la morte? E' possibile por temine a tutti i ricordi, non della strada che vi porta alla vostra casa e così via, ma all'attaccamento intimo mediante la memoria alla sicurezza psicologica, alle memorie accumulate e immagazzinate, nelle quali si cerca sicurezza, felicità? E' possibile por termine a tutto ciò: il che significa morire ogni giorno in modo che domani possa darsi un rinnovamento? Soltanto allora si conoscerà la morte vivendo. Soltanto in quel morire, in quel giungere a termine, in quel mettere fine alla continuità, si ha rinnovamento, si ha quella creazione, che è eterna.

Testo tratto dal libro " La prima ed ultima libertà"

Copywrite
1954 Krishnamurti Writings, inc., Ojai , U.S.A.
1969 Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma

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