venerdì 21 dicembre 2012

SULLA CONFUSIONE DELLA MENTE - Jiddù Krishnamurti - La prima ed ultima libertà

Domanda: Ho ascoltato tutte le Sue conversazioni e letto tutti i libri. Le chiedo, nel modo più serio, quale possa essere la scopo della mia vita, se, come Lei dice, ogni pensiero dovrà cessare, ogni conoscenza venir soppressa, ogni memoria perduta. Come pone Lei in relazione quella condizione dell'essere, qualunque essa sia secondo Lei, col mondo in cui viviamo? Quale relazione ha un simile essere con la nostra esistenza squallida e angosciata?

Krishnamurti: Vogliamo conoscere quale sia la condizione che può aversi soltanto quando non vi è più nessuna conoscenza, né chi la riconosca; vogliamo conoscere quale relazione tale condizione abbia col nostro mondo di attività quotidiane, di finalità quotidiane. Sappiamo come sia la nostra vita oggi: squallida, angosciosa, sempre atterrita, del tutto effimera; lo sappiamo assai bene. Vogliamo sapere quale relazione quest'altra condizione abbia con quella: e, se poniamo da parte la conoscenza, se, ci liberiamo dalle nostre memorie e così via, quale sia lo scopo dell'esistenza. Qual è lo scopo dell'esistenza quale noi oggi la conosciamo? E non in teoria, ma in pratica? Qual è lo scopo della nostra esistenza quotidiana? Semplicemente sopravvivere, non è così?, con tutta la nostra miseria, angoscia, confusione, guerre, distruzioni, e così via. Possiamo inventare teorie, possiamo dire: "questo non dovrebbe essere, ma dovrebbe essere qualche altra cosa". Ma queste sono tutte teorie, non fatti. Ciò che conosciamo è confusione, dolore, sofferenza, antagonismo senza fine. Sappiamo pure, se pure lo sappiamo, come tutto ciò nasca. Lo scopo della vita, di momento in momento, ogni giorno, è di distruggersi l'un l'altro, di sfruttarci l'un l'altro sia come individui che in collettività. Nella nostra solitudine, nella nostra miseria, cerchiamo di usare gli altri, cerchiamo di sfuggire a noi stessi: mediante i divertimenti, gli dei, la conoscenza, ogni forma di fede, e l'identificazione. Questo è il nostro fine, conscio o inconscio, secondo il quale viviamo; vi è, al di là di esso, uno scopo più profondo e più ampio, che non sia quello della confusione, dell'acquisizione? E quello stato privo di sforzo ha qualche relazione con la nostra vita quotidiana?
Senza dubbio, esso non ha affatto tale relazione. Come potrebbe averla? Se la mia mente è confusa, torturata, se è solitaria, come potrebbe essere in relazione con qualche cosa che non le appartenga? La verità come può stare in relazione con la falsità, con l'illusione? Non vogliamo ammetterlo, poiché la nostra speranza, la nostra confusione, ci fa credere in qualcosa di più grande, di più nobile, che, diciamo, è in relazione con noi. Nella nostra disperazione cerchiamo la verità, sperando che scoprendola, la nostra disperazione verrà meno. Così possiamo vedere che una mente confusa, una mente oppressa dall'angoscia, una mente che non sia consapevole del proprio vuoto e della propria solitudine, non troverà mai ciò che è al di là di se stessa. Quel che è al di là della mente potrà nascere soltanto quando verranno espulse o comprese le cause della confusione e della miseria. Tutto ciò che ho detto, di cui ho parlato, è come capire se stessi, poiché senza conoscenza di sé il resto non esiste, il resto è solo illusione. Se possiamo comprendere l'intero processo di noi stessi, di momento in momento, allora vedremo che eliminando la nostra confusione, anche il resto nascerà. Allora, sperimentare quello avrà relazione con questo; ma questo non avrà mai una relazione con quello. Stando da questo lato del sipario, nel buio, come potremo avere esperienza della luce, della libertà? Ma quando si abbia, una volta sola, l'esperienza della verità, la si potrà mettere in relazione con questo stesso mondo in cui viviamo. Se non abbiamo mai conosciuto che cosa sia l'amore, ma soltanto dispute, miseria, conflitti continui, come potremo sperimentare quell'amore che non è nulla di tutto questo? Ma quando l'avremo sperimentato anche una volta sola, non dovremo affannarci a cercare la relazione. Allora l'amore, l'intelligenza funzionerà. Tuttavia, per sperimentare quello stato, dovrà cessare ogni conoscenza, tutte le memorie accumulate, tutte le attività identificate con il se, affinché la mente sia incapace di qualsiasi sensazione proiettata. Allora, sperimentandolo, vi sarà azione in questo nostro stesso mondo.
Senza dubbio è questo lo scopo dell'esistenza: andare al di là dell'attività, incentrata sul sé, della mente. Avendo sperimentato quella condizione, che la mente non può misurare, quella stessa esperienza comporterà una rivoluzione interiore. Allora, se vi è amore, non vi è alcun problema sociale. Quando vi è amore non vi è problema di nessuna specie. Proprio perché non sappiamo come amare abbiamo problemi sociali e sistemi filosofici sul modo di trattare i nostri problemi. Io dico che tali problemi non potranno venir mai risolti da alcun sistema, né di destra né di sinistra né di centro. Potranno essere risolti - la nostra confusione, miseria, autodistruzione - soltanto quando potremo sperimentare quella condizione, che non è proiettata dal sé.

Testo tratto dal libro " La prima ed ultima libertà"

Copywrite
1954 Krishnamurti Writings, inc., Ojai , U.S.A.
1969 Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma

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