venerdì 1 maggio 2015

Conoscenza di Sé - La prima ed ultima libertà - Jiddù Krishnamurti

Tanto colossali, tanto profondamente complessi sono i problemi del mondo, che per intenderli e risolverli li si deve affrontare in modo estremamente semplice e diretto; e la semplicità, l'approccio diretto, non dipendono da circostanze esteriori, ne da i nostri pregiudizi e abitudini.
Come ho già rilevato, la soluzione non può trovarsi mediante conferenze o programmi, oppure sostituendo nuovi capi agli antichi, e così via. La soluzione sta, ovviamente, in chi ha creato il problema, in chi ha creato il male, l'odio e l'enorme fraintendimento che esiste fra gli esseri umani. Il creatore di questo male, il creatore di questi problemi è l'individuo, voi e io, e non il mondo quale noi lo pensiamo. Il mondo è la nostra relazione con gli altri. Il mondo non è qualcosa di distinto da voi o da me; il mondo, la società, è la relazione che stabiliamo, o cerchiamo di stabilire, l'uno con l'altro. Così il problema siamo voi ed io, e non il mondo, poiché il mondo è proiezione di noi stessi e per intenderlo dovremmo intendere noi stessi. Il mondo non è distinto da noi; noi siamo il mondo e i nostri problemi sono i problemi del mondo. Non lo si potrà mai ripetere abbastanza; perché abbiamo una mentalità tanto pigra, che pensiamo che i problemi del mondo non siano affar nostro, che li debbano risolvere le Nazioni unite, o la situazione di nuovi capi agli antichi. Pensarla a questo modo rivela una mentalità molto sciocca, perché siamo responsabili noi stessi di questa spaventosa miseria e confusione del mondo, di questa guerra che incombe eternamente.
Per trasformare il mondo, dovremmo cominciare da noi stessi; e quel che importa nel cominciare da se stessi, è l'intenzione. L'intenzione deve consistere nel comprendere noi stessi e non nel lasciare a gli altri il compito di trasformare noi stessi; o di provocare un mutamento modificante mediante una rivoluzione, sia di destra che sinistra. E' importante intendere che questa è una responsabilità nostra, vostra e mia; perché, per quanto piccolo possa essere il mondo in cui viviamo, se possiamo trasformare noi stessi, promuovere un punto di vista radicalmente diverso nella nostra esistenza quotidiana, alla potremmo forse influenzare il mondo su larga scala, la relazione con gli altri nel suo ambito più dilatato. Come ho detto, stiamo qui investigando e scoprendo il processo dell'intendere noi stessi, che non è un processo isolato. Non è fuga dal mondo, poiché isolati non si può vivere. Essere significa essere in relazione, e la vita in isolamento, semplicemente, non esiste. E' la mancanza di giusta relazione che comporta conflitti, miseria e lotta; per quanto piccolo possa essere il nostro mondo, se ci è dato di trasformare la nostra relazione in quel ristretto mondo, sarà come un'onda che si propaghi verso l'esterno, ininterrottamente. Penso sia importante considerare questo punto: che il mondo è la nostra relazione, per quanto sia piccolo; e se ci è dato provocare qui una trasformazione, non una trasformazione superficiale, bensì radicale, allora cominceremo a trasformare attivamente il mondo.
Una rivoluzione reale non ha luogo secondo un qualche schema particolare, sia di destra che di sinistra; ma è una rivoluzione di valori, una rivoluzione che scaturisce da valori sensati e investe quelli che sensati non sono, o che sono creati da influenze ambientali. Per ritrovare questi valori veri, che determineranno una rivoluzione, una trasformazione o rigenerazione radicale, è essenziale comprendere se stessi. La conoscenza di se è l'inizio della saggezza, dunque è l'inizio della trasformazione o rigenerazione. Per intendere se stessi occorre l'intenzione di intendere: è a questo punto che comincia la nostra difficoltà. Sebbene la maggior parte di noi sia scontenta, desideriamo provocare un cambiamento subitaneo, il nostro scontento viene canalizzato semplicemente per ottenere un certo risultato; essendo scontenti o cerchiamo un'attività differente, o meramente soccombiamo all'ambiente. Lo scontento, anziché dar fuoco alle polveri, anziché spingerci a mettere in questione la vita, il processo intero dell'esistenza , viene canalizzato , e in questo modo diventiamo mediocri, e perdiamo quell'impulso, quell'intensità che incita a ricercare il significato globale dell'esistenza.
Perciò è importante scoprire queste cose da sé, poiché la conoscenza di sé non potrà venirci donata da qualcun altro, ne la si troverà in alcun libro. Dobbiamo scoprirla; e per scoprirla occorre intenzionalità, e ricerca, e indagine. Finché quell'intenzione di scoprire, di investigare profondamente sarà debole o non esisterà, la mera asserzione, o il casuale capriccio di scoprire qualche cosa su se stessi avrà ben poco significato. Così la trasformazione del mondo viene determinata dalla trasformazione di noi stessi, poiché il se è il prodotto, ed è parte del processo totale dell'esistenza umana. Per trasformare se stessi è essenziale la conoscenza di se, senza sapere che cosa siete, non vi è base per un retto pensiero, e senza conoscere voi stessi non potrà darsi alcuna trasformazione. Bisogna conoscersi per come si è, e non come si desidera essere, che è puramente un ideale e per tanto cosa fittizia, irreale; solo ciò che è può venir trasformato, e non ciò che desiderereste fosse. Conoscere se stessi come si è, esige una straordinaria vigilanza della mente, poiché, ciò che è, subisce trasformazioni ininterrotte, muta senza tregua, e per seguirlo rapidamente, la mente non deve attenersi ad alcun dogma o fede particolare, ad alcuno schema di azione particolare. Se seguirete qualche cosa, essere vincolati non servirà a nulla. Per conoscere se stessi, occorre la consapevolezza, la vigilanza della mente in cui vi sia libertà da tutte le fedi, da qualsiasi idealizzazione; poiché fedi ed ideali non faranno che darvi un certo calore, pervertendo la percezione autentica.
Se intendete conoscere che cosa siete non potrete ne immaginare, ne aver fede in qualcosa che non siete. Se sono avido, invidioso, violento, servirà a ben poco avere un'ideale di non violenza, di generosità. Ma sapere che si è avidi o violenti, saperlo e comprenderlo, richiede una percezione specialissima, non è così? Esige onestà, chiarezza di pensiero; mentre perseguire un'ideale che ci trascini lontano da ciò che è, è una fuga; ci impedisce di scoprire, di agire direttamente in base a quello che siamo. L'intendimento di ciò che siamo, qualsiasi cosa siamo - brutti o belli, malvagi o maliziosi - l'intendimento di ciò che siamo, senza distorsioni, è l'inizio della virtù. La virtù è essenziale, perché dà la libertà. Soltanto nella virtù potrete scoprire che si può vivere: non nella coltivazione di una virtù, il che non comporta altro che rispettabilità, non intendimento, né libertà. Vi è differenza tra l'essere virtuoso e diventarlo. Essere virtuoso nasce dall'intendimento di ciò che è, mentre diventarlo è differire, è nascondere ciò che è mediante quanto ci piacerebbe essere. Perciò, nel divenire virtuosi, si evita l'azione che parte direttamente da ciò che è. Questo processo di intendere ciò che è, mediante la coltivazione di un ideale, viene considerato virtuoso; ma se lo esaminate da vicino, direttamente, vedrete che non lo è affatto. E' puramente un differimento del momento di trovarsi faccia a faccia con ciò che è. La virtù non è il verificarsi di ciò che non è; la virtù è l'intendimento di ciò che è...e per tanto la libertà rispetto a ciò che è.
La virtù è essenziale in una società che va disintegrandosi rapidamente. Per creare un mondo nuovo, una struttura nuova diversa dall'antica, occorre la libertà di scoprirla; e per essere liberi, occorre la virtù, poiché senza una virtù non vi è libertà. L'uomo immorale che si sforzi di diventare virtuoso potrà mai conoscere la virtù? Chi non è morale non potrà mai essere libero, e perciò mai potrà trovare che cosa sia la realtà. La realtà si troverà soltanto comprendendo ciò che è; e per intendere ciò che è, occorre libertà, libertà dal timore di ciò che è.
Per intendere questo processo occorre l'intenzione di conoscere ciò che è, di seguire ogni pensiero, sentimento ed azione; e comprendere "ciò che è", è estremamente difficile, perché ciò che è non è mai fermo, mai statico, è in movimento continuo. Ciò che è, è ciò che voi siete, non ciò che vi piacerebbe essere; non è l'ideale, perché l'ideale è fallace, ma è concretamente quel che fate, pensate e sentite, di momento in momento. Ciò che è, è il concreto, e comprendere il concreto esige vigilanza, esige una mente estremamente agile e svelta. Ma se cominciamo a condannare ciò che è, se cominciamo a biasimarlo e a resistervi, allora non ne intenderemo il movimento.
Se desidero comprendere qualcuno, non lo condannerò: dovrò osservarlo, studiarlo. Devo appunto amare la cosa che sto investigando. Se intendete comprendere un bambino, dovrete amarlo e non condannarlo. Dovrete giocare con lui, osservarne i movimenti, le idiosincrasie, i modi di comportamento; ma se, semplicemente, lo condannerete, lo contrarierete e lo biasimerete, non riuscirete a comprendere affatto il bimbo. Similmente, per comprendere ciò che è, si deve osservare che cosa si pensa, si sente e si fa, di momento in momento. E' questa la concretezza; Qualsiasi altro agire, qualsiasi azione ideale o ideologica, non è concretezza; è puramente un desiderio, una brama fittizia di essere qualche cosa di diverso da ciò che è.
Intendere ciò che è esige uno stato mentale in cui non si abbia né identificazione né condanna, il che significa che la mente dev'essere vigile, eppure passiva. Ci troviamo in tale stato quando realmente desideriamo comprendere qualche cosa; quando vi è intensità di interesse, si ha quello stato mentale. Quando si è interessati a comprendere quel che è, la situazione concreta della mente, non si ha bisogno di ricorrete alla forza, alla disciplina, al controllo; al contrario, vi è vigilanza passiva, attenzione. Questo stato di consapevolezza si verifica quando esiste l'interesse e l'intenzione di capire.
L'intendimento fondamentale del sé non ha luogo mediante la conoscenza o l'accumulazione di esperienze: che altro non è se non la coltivazione della memoria. L'intendimento del sé avviene di momento in momento; se accumuliamo puramente conoscenza circa il sé, quella conoscenza stessa impedisce un intendimento più profondo, perché la conoscenza e l'esperienza accumulata divengono il centro mediante il quale si mette a fuoco e viene in essere il pensiero. Il mondo non è diverso da noi e dalle nostre attività, perché è quel che noi siamo che crea i problemi del mondo; la difficoltà, per la maggior parte di noi, è che non ci conosciamo direttamente, ma cerchiamo un sistema, un mezzo operativo mediante il quale risolvere i tanti problemi umani.
Ora, esiste un mezzo, un sistema, per conoscere se stessi? Qualsiasi persona intelligente, qualsiasi filosofo può inventare un metodo, un sistema; ma senza dubbio seguire un sistema produrrà semplicemente un risultato determinato da quel sistema, non è così? seguo un metodo particolare per conoscere me stesso, allora otterrò il risultato che quel sistema necessariamente comporta; ma il risultato, ovviamente, non sarà l'intendimento di me stesso. Vale a dire, seguendo un metodo, un sistema, un mezzo attraverso il quale conoscere me stesso, io configuro il mio pensiero e le mie attività secondo un certo schema; ma seguire uno schema non è intendere se stessi.
Perciò non esiste un metodo per la conoscenza di sé. Cercare un metodo implica invariabilmente il desiderio di ottenere un qualche risultato: ed è ciò che tutti desideriamo. Seguiamo un'autorità - se non quella di una persona, l'autorità di un'ideologia - perché desideriamo un risultato che sia soddisfacente, che ci dia sicurezza. In realtà, non intendiamo comprendere noi stessi, i nostri impulsi e reazioni, tutto il processo del nostro pensiero, sia conscio che inconscio; preferiamo seguire un sistema che ci garantisca un risultato. Ma seguire un sistema è invariabilmente il frutto del nostro desiderio di sicurezza, di certezza e ovviamente, il risultato non è l'intendimento di se stessi. Quando seguiamo un metodo, ci sono necessarie autorità - l'insegnante, il guru, il maestro, il saggio - che ci garantiranno quel che desideriamo; e senza dubbio non è questa la via della conoscenza di sé.
L'autorità impedisce l'intendimento di sé: non è forse così? Può darsi che, sotto l'egida di un'autorità, di una guida, avvertiate temporaneamente un senso di sicurezza, di benessere: ma non si tratterà dell'intendimento del processo totale del sé. L'autorità, per sua stessa natura, vieta la piena consapevolezza del sé e per tanto in ultima analisi distrugge la libertà; e nella libertà soltanto può esservi creatività. Creatività può esservi unicamente attraverso la conoscenza di sé.
Moltissimi tra noi non sono creativi; siamo macchine iterative, pure registrazioni fonografiche che suonano e ripetono senza interruzione certe canzoni dell'esperienza, certe conclusioni e certi ricordi, siano nostri, siano di qualcun altro. Una tale ripetizione non è essere creativi: ma è quanto desideriamo. Poiché desideriamo sentirci interiormente sicuri, siamo costantemente in ricerca di metodi e di mezzi atti a darci questa sicurezza e con ciò, creiamo l'autorità, il culto di qualcun altro, che distrugge la comprensione, quella tranquillità spontanea della mente nella quale soltanto, può sussistere una condizione di creatività.
Senza dubbio la nostra difficoltà è che la maggior parte di noi ha perduto questo senso della creatività. Essere creativi non significa che si debbano dipingere quadri o scrivere poesie ed acquistare fama. Questa non è creatività: è puramente la capacità di esprimere un'idea che il pubblico applaude e non cura.
Non si deve confondere abilità e creatività . L'abilità non è creativa. La creatività è uno stato del tutto diverso, non è vero? E' una condizione nella quale il sé è assente, nella quale la mente non è più il fuoco ottico delle nostre esperienze, delle nostre ambizioni, dei nostri fini e desideri. La creatività non è uno stato stabile, è nuova di momento in momento, è un movimento nel quale il "me", il "mio", non esistono, nel quale il pensiero no si focalizza su un'esperienza particolare, sull'ambizione, sul conseguimento, sulla finalità e sulla motivazione. Soltanto quando il sé non esiste si ha creatività: quello stato ove soltanto può esservi realtà, lo stato che crea tutte le cose. Ma è uno stato che non si può né concepire né immaginare, che non si può né formulare, né imitare, che non si può conseguire mediante nessun sistema, nessuna filosofia e disciplina; al contrario: esso nasce soltanto attraverso l'intendimento totale del sé.
L'intendimento del sé non è un risultato, un culmine: è vedersi di momento in momento nello specchio della relazione; della relazione che una persona ha con proprietà, le cose, la gente, e le idee. Ma troviamo difficile essere vigili, esser consapevoli e, preferiamo intorpidire la mente seguendo un metodo, accettando un'autorità, superstizioni e teorie che ci remunerino: così le nostre menti si fanno esauste, tediate, insensibili. Una mente cosiffatta non può trovarsi in una condizione di creatività. Quella condizione avviene soltanto quando il sé, cioè il processo di riconoscimento ed accumulazione, cessa di esistere; poiché, dopo tutto, la consapevolezza nei riguardi del "me" è il centro del riconoscere e, riconoscere non è altro che il processo dell'accumulazione dell'esperienza.
Ma tutti temiamo di non esser nulla, poiché tutti vogliamo essere qualcosa. Chi è meschino vuol essere un grand'uomo, chi è privo di virtù vuol essere virtuoso, chi è debole e oscuro brama potere, posizione di autorità. E' questa l'attività incessante della mente. Una mente cosiffatta non può trovarsi in quiete e mai perciò potrà intendere lo stato di creatività.
Per trasformare il mondo intorno a noi, con la sua miseria, le sue guerre, la disoccupazione, la fame, le divisioni di classe e la confusione profonda, occorre una trasformazione dentro di noi, La rivoluzione deve cominciare da noi stessi: ma non seguendo una qualsiasi fede o ideologia, poiché la rivoluzione fondata su un'idea, o conforme ad uno schema particolare, ovviamente non è affatto una rivoluzione. Per determinare in se stessi una rivoluzione fondamentale, è necessario intendere l'intero processo del nostro pensiero e del proprio sentimento nella relazione. E' questa l'unica soluzione di tutti i nostri problemi: Non avere altre discipline, altre fedi, altre ideologie ed altri maestri. Se potremo intendere noi stessi quali siamo di momento in momento, rinunciando al processo di accumulazione, vedremo affacciarsi una tranquillità che non sarà il prodotto della mente, una tranquillità che non sarà immaginata, né coltivata; e soltanto in quella condizione di tranquillità potrà esservi creatività.

Testo tratto dal libro " La prima ed ultima libertà"

Copywrite
1954 Krishnamurti Writings, inc., Ojai , U.S.A.
1969 Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma

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