sabato 19 novembre 2011

Tempo - Sofferenza - Morte. "Sul vivere e sul morire - Jiddù Krishnamurti"

Saanen, 28 Luglio 1964

Vorrei parlarvi di qualcosa che comprende la totalità della vita, qualcosa che non è frammentario ma che abbraccia invece l'intera esistenza dell'uomo. Se vogliamo penetrare tale argomento con una certa profondità penso che dobbiamo smettere di farci intrappolare da teorie, credi e dogmi. Quasi tutti noi ariamo senza sosta il terreno della mente, ma sembra che non riusciamo mai a seminarlo. Analizziamo, discutiamo, facciamo in quattro ogni capello, ma non comprendiamo l'intero movimento della vita. Penso allora che ci siano tre cose che dobbiamo comprendere fino in fondo, se vogliamo cogliere tutto intero il movimento della vita. Si tratta del tempo, della sofferenza e della morte. Per comprendere il tempo, per abbracciare il pieno senso della sofferenza e stare in compagnia della morte abbiamo bisogno della chiarezza dell'amore. L'amore non è una teoria, ne un' ideale. O ami o non ami. Non può essere insegnato. Non si possono prendere lezioni di amore, ne esiste un metodo la cui pratica quotidiana ci conduca a sapere cos'è l'amore. Penso piuttosto che si possa arrivare all'amore in modo naturale, semplice e spontaneo, nel momento in cui si comprende davvero il senso del tempo, la straordinaria profondità della sofferenza e la purezza che viene con la morte. Forse dovremmo considerare, in modo effettivo, aldilà delle teorie o delle astrazioni, la natura del tempo, la qualità, ovvero la struttura della sofferenza e quella cosa straordinaria che chiamiamo morte. Queste tre cose non sono separate. Se comprendiamo il tempo, comprendiamo cos'è la morte e comprenderemo anche che cosa è la sofferenza. Se però consideriamo il tempo come qualcosa di distinto dalla sofferenza e dalla morte, e cerchiamo di trattarlo separatamente, il nostro approccio sarà frammentario, e quindi non abbracceremo mai la straordinaria bellezza e la vitalità dell'amore. Tratteremo del tempo non come un'astrazione ma come una realtà, del tempo come durata, come continuità dell' esistenza. C'è il tempo cronologico, fatto di ore e giorni che si estendono per milioni di anni, ed è proprio il tempo cronologico che ha prodotto quella mente con la quale operiamo. La mente è un prodotto del tempo in quanto continuità dell'esistenza, e il perfezionamento e l'affinamento della mente attraverso tale continuità viene chiamato progresso. Il tempo è anche quella durata psicologica che il pensiero ha creato per farne uno strumento di conquista. Usiamo il tempo per progredire, per conquistare, per divenire, per ottenere un certo risultato. Per la maggior parte di noi, il tempo è un trampolino di lancio verso qualcosa di assai più grande: per lo sviluppo di determinate facoltà, per il perfezionamento di una certa tecnica, per l'ottenimento di un fine, di una meta, più o meno encomiabile. In tal modo siamo giunti a pensare che il tempo sia indispensabile per comprendere cosa sia vero, cosa sia dio, casa ci sia dietro tutto il travaglio dell' uomo. Generalmente consideriamo il tempo come il periodo che intercorre tra il momento presente e un determinato momento nel futuro, e usiamo quel periodo per migliorare il carattere, per liberarci di una certa abitudine, per sviluppare un muscolo o un modo di pensare. Per due migliaia di anni la mente dei cristiani è stata condizionata a credere in un "salvatore", nell'inferno e nel paradiso; in oriente la mente ha subito un condizionamento del genere per un periodo assai più lungo. Pensiamo che il tempo sia indispensabile per ogni cosa che dobbiamo fare o capire. Quindi il tempo è diventato un peso, un' ostacolo all'effettiva percezione dei fenomeni; ci impedisce di percepire immediatamente la verità di qualcosa perchè pensiamo di doverle dedicare un po' di tempo. Diciamo: "domani, o tra un paio d' anni comprenderò questa cosa con chiarezza straordinaria". Nel momento in cui ammettiamo il tempo stiamo sviluppando l'indolenza, quella particolare forma di pigrizia che ci impedisce di percepire subito le cose per ciò che realmente sono. Pensiamo di aver bisogno di tempo per far breccia nel condizionamento imposto alla nostra mente dalla società con le religioni organizzate, i codici etici, i dogmi, l'arroganza e lo spirito competitivo. Pensiamo in termini di tempo perchè il pensiero è fatto di tempo. Il pensiero è la risposta della memoria, intendendo per memoria quel bagaglio che è stato accumulato, ereditato ed acquisito sia individualmente sia attraverso la propria razza, la comunità, il gruppo e la famiglia. Tale bagaglio è il risultato del processo cumulativo della mente, e la sua accumulazione ha richiesto tempo. Per molti di noi la mente è memoria, e ogni qual volta c'è una sfida, un quesito, è la memoria che risponde. E' simile a la risposta di un cervello elettronico, che funziona attraverso le associazioni. Poichè il pensiero è una reazione della memoria è per sua stessa natura creatura e creatore del tempo. Non dovete considerare ciò che vi dico come una teoria: non si tratta di qualcosa su cui dovete ragionare. Non dovete pensarci su ma piuttosto percepirlo, vedere perchè le cose stanno in tal modo. Non ho intenzione di penetrare tutti i dettagli più intricati, mi basta aver indicato gli elementi essenziali: o li vedete o non li vedete. Se avete seguito tutto ciò che è stato detto, non solo verbalmente, linguisticamente o analiticamente, se lo avete davvero visto così com'è, potrete comprendere in che modo il tempo rappresenti un' inganno. La domanda successiva è se il tempo si può fermare. Se siamo capaci di percepire l'intero processo del nostro stesso agire, con la sua profondità e la sua futilità, la sua bellezza e la sua bruttezza, non domani, ma immediatamente, ecco che questa stessa percezione diventa un'atto che distrugge il tempo. Se non comprendiamo il tempo non possiamo comprendere la sofferenza. Vorremmo farle apparire come due cose diverse, ma non lo sono affatto. Andare in ufficio, restare con la propria famiglia e avere figli non sono eventi accidentali, isolati. Al contrario sono tutti profondamente e intimamente collegati uno all'altro; senza la sensibilità che ci è donata dall'amore non possiamo percepire la straordinaria intimità di tali correlazioni. Per comprendere la sofferenza dobbiamo penetrare realmente nella natura del tempo e nella struttura del pensiero. Il tempo deve fermarsi, in caso contrario non faremo altro che ripetere le informazioni che abbiamo accumulato, proprio come un cervello elettronico. Finchè il tempo non si ferma, e cioè finchè il pensiero non cessa, c'è solo mera ripetizione, regolazione, una modificazione continua. Non c'è mai qualcosa di nuovo. Siamo gloriosi cervelli elettronici, forse un po' più indipendenti, ma ancora simili alle macchine nel nostro modo di funzionare. Per comprendere la natura della sofferenza e la fine della sofferenza è necessario comprendere il tempo, e comprendere il tempo equivale a comprendere il pensiero. Non si tratta di due fenomeni distinti. Nel comprendere il tempo ci si imbatte nel pensiero, e la comprensione del pensiero è la cessazione del tempo, e quindi della sofferenza. Se ciò ci è ben chiaro, possiamo osservare la sofferenza senza venerarla come fanno i cristiani. Di solito ciò che non capiamo o lo adoriamo o lo distruggiamo. Lo collochiamo in una chiesa, in un tempio, o ancora in un remoto angolo della nostra mente, e ne abbiamo soggezione, oppure lo calpestiamo e lo gettiamo via, magari lo sfuggiamo. Ma qui non facciamo nessuna di queste cose. Ci limitiamo a riconoscere che per millenni l'uomo ha lottato con il problema della sofferenza, senza essere mai stato in grado di risolverlo, e così si è assuefatto a esso, lo ha accettato, considerandolo un fattore inevitabile della vita. Non fare altro che accettare la sofferenza non soltanto è stupido ma ottunde la mente. La mente diventa insensibile, brutale, superficiale, e di conseguenza la vita diventa assai meschina, un semplice susseguirsi di lavoro e piacere. Si vive un' esistenza frammentaria, nei panni di un uomo d'affari, uno scienziato, un' artista, un sentimentalista, una cosiddetta persona religiosa, e via dicendo. Invece per capire, ed essere liberi dalla sofferenza, bisogna comprendere il tempo e in tal modo comprendere il pensiero. Non possiamo negare la sofferenza, ne scappare, sfuggirla nei passatempi, nelle chiese, nei credi organizzati; e non possiamo neppure accettarla e venerarla; e per non fare una qualsiasi di queste cose ci vuole una notevole attenzione, ovvero energia. La sofferenza è radicata nell'autocommiserazione, quindi per comprendere la sofferenza per prima cosa è necessario troncare decisamente ogni forma di autocommiserazione. Non so se vi siete mai resi conto di quanto vi sentite addolorati per voi stessi quando pensate: "sono solo", tanto per fare un'esempio. Nel momento in cui vi lasciate andare all'autocommiserazione avete creato il terreno in cui mette le radici la sofferenza. Per quanto vi sforziate di giustificare la vostra commiserazione, di razionalizzarla, d'ingentilirla e di mascherarla con i concetti, è sempre là, e vi corrompe fino al midollo. Quindi chiunque desideri comprendere la sofferenza deve iniziare liberandosi di quella trivialità brutale, egocentrica ed egoista che prende il nome di autocommiserazione. Potremo auto commiserarci perchè siamo ammalati, o perchè la morte ci ha portato via una persona cara, oppure perchè non ci siamo realizzati e quindi ci sentiamo frustratri, incupiti; quale che sia la causa, l'autocommiserazione è la radice della sofferenza. Una volta liberati dall' autocommiserazione, possiamo confrontarci con la sofferenza senza venerarla, senza sfuggirla, ne doverle attribuire un significato sublime e spirituale, sostenendo per esempio che dobbiamo soffrire per trovare dio, il che è un completo controsenso. Solo una mente ottusa e stupida si adatta pazientemente alla sofferenza. Quindi nei confronti della sofferenza non dev' esserci alcun genere di accettazione, ma neppure una negazione. Se abbiamo abbandonato l'autocommiserazione, abbiamo privato la sofferenza di ogni sentimentalismo, di ogni forma di emotività che scaturisce dall'autocommiserazione. A quel punto possiamo osservare la sofferenza con la massima attenzione. Spero che non vi limitiate ad accettare verbalmente ciò che è stato detto, ma che lo sperimentiate con me man mano che andiamo avanti. Cercate di essere consapevoli del vostro modo di accettare ottusamente la sofferenza, del vostro modo di razionalizzarlo; rammentate le vostre scuse, l'autocommiserazione, il sentimentalismo, l'atteggiamento emotivo nei confronti della sofferenza, perchè tutto ciò non è altro che spreco di energia. Per comprendere le sofferenza dovete concederle tutta la vostra attenzione, e in quell'attenzione non c'è posto per le scuse, per il sentimento, per la razionalizzazione, non c'è posto per alcun genere di auto commiserazione. Credo di aver detto chiaramente che occorre dedicare tutta la nostra attenzione alla sofferenza. In tale attenzione non c'è uno sforzo per risolvere o comprendere la sofferenza. Ci si limita a guardare, a osservare. Qualsiasi sforzo di capire, razionalizzare o sfuggire alla sofferenza impedisce quello stato negativo di completa attenzione nell'ambito del quale il fenomeno che chiamiamo sofferenza può essere compreso. Non stiamo analizzando la sofferenza tramite tale investigazione analitica al fine di liberarcene, perchè questo è soltanto un' altro giochetto della mente. La mente analizza la sofferenza e quindi immagina di aver capito e di essersene liberata, il che è assurdo. Forse è possibile che ci liberiamo di un certo tipo di sofferenza, ma in definitiva la sofferenza riemergerà nuovamente in qualche altra forma. Stiamo considerando la sofferenza nel suo complesso, la sofferenza in quanto tale, che sia la vostra, la mia o quella di qualsiasi altro essere umano. Se vogliamo comprendere la sofferenza dobbiamo comprendere sia il tempo sia il pensiero. Dev' esserci un' assoluta consapevolezza di ogni via di fuga, di ogni forma di auto commiserazione, di ogni verbalizzazione, così che la mente possa raggiungere una condizione di quiete assoluta al cospetto di qualcosa che deve essere compreso. A quel punto non c'è più separazione tra l'osservatore e l'oggetto osservato. Non c'è più un io, l'osservatore, il pensatore, che è in una condizione di sofferenza e sta osservando proprio quella sofferenza, c'è soltanto lo stato di sofferenza. Questa condizione di sofferenza indivisa è qualcosa di indispensabile, perchè se ci confrontiamo con la sofferenza in qualità di osservatori creiamo un conflitto, che annebbia la mente e disperde energia, e quindi non c'è più attenzione. Quando la mente comprende la natura del tempo e del pensiero, quando l'autocommiserazione, il sentimento, l'emotività e tutto il resto sono stati sradicati, ecco che cessa ciò che ha creato tutta questa complessità, il pensiero, e non c'è più tempo; a quel punto siamo direttamente e intimamente in contatto con quella cosa che chiamiamo sofferenza. La sofferenza sussiste solo finchè c'è una fuga dalla sofferenza, un desiderio di allontanarsi da essa, di scioglierla oppure di venerarla. Tuttavia, quando non c'è nulla di tutto ciò perchè la mente è in contatto diretto con la sofferenza, e quindi si mantiene completamente silenziosa nei suoi confronti, finiamo per scoprire che la mente non sta affatto soffrendo. Allorchè la nostra mente è in completo contatto con la realtà della sofferenza, quella realtà stessa dissolve tutti quegli elementi del tempo e del pensiero che producono sofferenza. Giungiamo perciò alla cessazione della sofferenza. Ora, come possiamo capire quel fenomeno che chiamiamo morte, e che ci incute tanto timore? L'umo ha ideato molti percorsi tortuosi per occuparsi della morte, venerandola, negandola, afferrandosi a un'infinità di credi e così via. Tuttavia per comprendere la morte è senz' altro necessario ricominciare da capo, perchè in realtà non sappiamo nulla della morte, non vi pare? Forse abbiamo visto morire molte persone, e abbiamo osservato in noi stessi e in altri il sopraggiungere della vecchiaia con il deterioramento che la accompagna, sappiamo che la vita fisica può terminare a causa dell'invecchiamento, di un' incidente, una malattia, un' omicidio o un suicidio, tutta via non conosciamo la morte nello stesso modo in cui conosciamo il sesso, la fame, la credeltà, la brutalità. Non sappiamo cosa significhi realmente morire, e se non giungiamo a tale conoscenza la morte non ha alcun senso. Ciò di cui abbiamo paura è un' astrazione, qualcosa che non conosciamo. Non conosciamo la pienezza della morte, ne quali siano le sue implicazioni, e quindi la mente è spaventata, è spaventata dall'idea della morte, non dalla sua realtà, che non conosce. Cerchiamo di approfondire un po' questo punto. Se dovessimo morire all'istante, non avremmo tempo di pensare alla morte e di esserne spaventati. Tuttavia c'è un' intervallo tra il presente e il momento in cui sopraggiungerà la nostra morte, e durante quell'intervallo c'è tempo in abbondanza per preoccuparci e razionalizzare. Vorremmo poter trasportare sino alla prossima vita, ammesso che ce ne sia una, tutte le ansie, i desideri e la conoscenza che abbiamo accumulato, e quindi inventiamo teorie in proposito, oppure crediamo il qualche forma di immortalità. Per noi la morte è qualcosa di separato dalla vita. La morte è laggiù, mentre noi siamo qui, indaffarati a vivere, guidando un' auto, facendo l'amore, sperimentando la fame e le preoccupazioni, andando in ufficio, accumulando conoscenze, eccetera. Non vogliamo morire perchè non abbiamo ancora finito di scrivere il nostro libro, oppure perchè non sappiamo ancora suonare il violino con sufficente maestri. Così separiamo la morte dalla vita e diciamo: "ora capirò la vita e tra un po' anche la morte". Però le due cose non sono separate. E' questa la prima cosa da capire. La vita e la morte sono un' unica cosa, sono intimamente correlate, e non è possibile isolare una delle due e cercare di comprenderla separatamente dall' altra. Tuttavia questo è l' atteggiamento della moggior parte della gente. Separiamo la vita in compartimenti stagni indipendenti l' uno dall' altro. Se siamo economisti, l' economia è l' unica cosa di cui ci preoccupiamo, e del resto non sappiamo proprio nulla. Se siamo specializzati in otorinolaringoiatria, oppure in cardiologia, ci muoviamo in quel campo di conoscenza limitato per quarant' anni, ed è quello il nostro paradiso nel momento in cui muoriamo. Trattare la vita in modo frammentario vuol dire vivere in costante confusione, contraddizione e infelicità. Dobbiamo percepire la totalità della vita, e possiamo farlo solo se c'è calore, se c'è amore. L'amore è l' unica rivoluzione che potra produrre l' ordine. Non è una buona cosa accumulare una conoscenza sempre più vasta in matematica, medicina, storia, economia, e poi amalgamare tutti i frammenti: non ci servirà a niente. Senza amore, la rivoluzione conduce soltanto alla venerazione dello stato, o all' adorazione di un' immagine, o ancora a innumerevoli corruzioni tiranniche e alla distruzione dell' uomo. Allo stesso modo, quando la mente, spinta dalla paura, cerca di allontanare da se l'idea della morte e la separa dalla vita quotidiana, tale separazione non fa altro che generare olteriore paura e ansia, nonchè una proliferazione di teorie sulla morte. Per comprendere la morte dobbiamo comprendere la vita. Tuttavia la vita non è la continuità del pensiero, anzi è questa stessa continuità che nutre ogni nostra infelicità.
E allora, può la mente trasportare se stessa dal remoto all' immediato? Mi seguite? In realtà, la morte non è qualcosa di lontano, è qui e ora. E' proprio qui, mentre stiamo parlando, mentre ci stiamo divertendo, mentre ascoltiamo, mentre andiamo in ufficio. E' qui in ogni istante della vita, proprio come l' amore. Se appena riusciamo a percepire tale realtà, scopriamo che non c'è più nessuna paura della morte. Ciò di cui abbiamo paura non è il non conosciuto ma il perdere il cunosciuto. Abbiamo paura di perdere la nostra famiglia, di restare soli, senza compagnia; abbiamo paura del dolore della solitudine, di restare senza le esperienze e le cose che abbiamo accumulato. E' dal conusciuto che abbiamo paura di separarci. Il conosciuto è ricordare, ed è a tale ricordo che si afferra la mente. Tuttavia la memoria è soltanto un processo meccanico, casa che i computer stanno dimostrando in modo eccellente. Per comprendere la bellezza e la natura straordinaria della morte, dev' esserci libertà dal conosciuto. E' proprio nel morire al conosciuto che iniziamo a comprendere la morte, perchè in tal modo la mente viene rinvigorita e rinnovata, e no c'è paura. Quindi penetrare nella condizione che chiamiamo morte è possibile. Di conseguenza, dall' inizio alla fine, la vita e la morte sono un' unica cosa. L'umo saggio comprende il tempo, il pensiero e la sofferenza, e solo lui può capire la morte. La mente che muore ogni istante, senza mai accumulare, senza mai raccogliere le esperienze, è innocente, e quindi è continuamente il uno stato di amore.

Testo tratto dal libro "Sul vivere e sul morire" di Jiddù Krishnamurti; (pag. 9);

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